Perché il branco attacca l’uomo? E perché solo a Ragusa? Per Ottavio Cappellani “i mannari sono l’incarnazione di una terra violenta e decadente”. E questo è solo l’inizio. [di Edoardo Camurri].
Non fatevi ingannare da questa frase: “Continuo a pensare alla Sicilia come a un luogo modernissimo, come al destino dell’Europa”, perché il suo significato va letto al contrario, cioè come maledizione, come precipizio, come prospettiva di terrore a cui siamo condannati. Me la dice, a proposito dei branchi di cani assassini che stanno terrorizzando la provincia di Ragusa, Ottavio Cappellani, 39 anni, siciliano, uno dei più bravi, se non il più bravo, scrittore italiano contemporaneo (il 30 marzo uscirà per Mondatori il suo nuovo libro, Chi ha incastrato Lou Sciortino). “La zona tra le spiagge di Sampieri, le stesse spiagge dove è stato azzannato a morte quel bambino, Giuseppe Brafa, è un luogo che mio padre frequentava da ragazzo. E già in quegli anni esistevano branchi di cani selvatici. Ma non attaccavano gli uomini, puntavano alle pecore. La cosa interessante è che questo fenomeno esiste solo lì”.
Cioè?
“E’ la parte più violenta della Sicilia. E’ la Sicilia carnosa delle carrube e degli olivi. La Sicilia del vino forte e del sole che spacca le pietre”.
E i cani?
“Sono il frutto di quella terra. Si dice che i cani assomiglino ai loro padroni. Io ci credo. Ho visto pitbull dolcissimi e cocker di una violenza pazzesca, a seconda del carattere delle famiglie che li ospitavano. Quei branchi famelici sono l’incarnazione della Sicilia”.
In senso orientale?
“Forse. E’ come se i siciliani si stessero reincarnando in questo genere di animalità. Tra un po’, visto che siamo in piena decadenza, in Sicilia appariranno le tigri con i denti a sciabola”.
Che tipo di decadenza è?
“E’ la violenza del sistema siciliano, ormai raffinatissimo nel far scomparire l’umanità e la compassione. Un sistema in cui il povero fa comodo in quanto serbatoio di voti; è vero che i cani hanno ucciso quel bambino, ma lo fa tutti i giorni anche questo sistema”.
I cani sono dunque un simbolo vivente?
“Il cane mannaro è l’espressione della fine dell’impero democratico. Siamo nel gotico dell’horror. In Sicilia tutto questo è al suo punto estremo, e presto si estenderà in tutta l’Europa”.
…da un siciliano proprio non ci si aspetterebbero parole del genere.
Il sig. Cappellani, fautore di questa grottesca e caricaturale intervista, che pure essendo uno scrittore affermato si presume abbia una sensibilità e una strategica capacità di approfondimento critico, ha letteralmente tradito la sua terra, le sue origini e la sua stessa cultura e si è "padanizzato",verrebbe da dire, eppure non è il termine adatto se non fosse perché a questo si associa troppo facilmente un nesso politico, di cui qui non è assolutamente il caso di parlare.
Perché non si tratta di politica né di ideologia di alcun tipo. Qui si tratta solo di ignoranza, di quella prepotente e radicata malevolenza nei confronti delle proprie origini, dei valori che questa terra, la MIA TERRA, questa “… Sicilia carnosa delle carrube e degli olivi. La Sicilia del vino forte e del sole che spacca le pietre” (è pur vero) è capace di trasmettere ai suoi figli nonostante le tragedie, malgrado le privazioni, sebbene l’innata solitudine ci releghi (e pure orgogliosamente) allo status di isolani, benché l’odore di lava terrorizzi e faccia pensare alla morte (eppure senza ci sentiamo perduti, noi siciliani!).
Nonostante tutto, la Sicilia è il futuro dell’Europa…e certamente non intendo nel senso disfattista interpretato dal sig. Cappellani, bensì nell’unico e inconfutabile sentimento di propulsiva crescita positiva. Noi VERI siciliani crediamo in questa terra,nella sua forza, nelle sue possibilità. Se gente come me ha deciso di non andarsene, di non scappare verso più facili e accoglienti mete, è principalmente per una precisa scelta, quasi una missione (così io la sento).
Che i “branchi famelici” siano” l’incarnazione della Sicilia”, adesso mi permetto di osare, è una cazzata colossale e credo che anche il sig. Cappellani ne sia consapevole. Che se così non fosse, vorrei ricordargli le sue origini, la sua famiglia, anch’essa, è colpevole quanto questi moderni siciliani che accusa di aver soppresso ogni forma di umanità e compassione.
Con due righe salate vi lascio il mio ghigno di dolore e delusione.
...di me non resta più niente...sono morta senza saperlo, il mio passo è inesistente, la mia bocca insonora, il mio battito l'eco del vento che mi confonde...non sono più niente...
Non voglio più far finta di niente, dimenticare, voltare le spalle...
Questa è anche la mia terra e VOGLIO, DEVO difenderla!
Giuseppe Gatì è morto lo scorso 31 gennaio per aver toccato un filo dell'elettricità scoperto mentre lavorava nel caseificio del padre.
L'ennesima morte bianca.
Ma questa non è la morte di uno sconosciuto...e se sconosciuto lo è stato adesso bisogna che tutti sappiano, che tutti ricordino e che in sua memoria TUTTI I SICILIANI prendano esempio da questo ragazzino pulito, coraggioso.
Tutti ricorderanno di certo se non il primo post dell'anno sul blog di Beppe Grillo, le immagini passate da Striscia la notizia in cui si documena il gesto, eclatante, di Giuseppe. Un ragazzino di 22 anni, armato di telecamera, che d'un tratto irrompe nel bel mezzo della presentazione di un libro cui è presente Vittorio Sgarbi, sindao di Salemi. Tra la folla attonita e sorpresa, poi strattonato dai soliti in giacca e cravatta e dalle stesse forza dell'ordine, Giuseppe urla: "Viva Caselli, viva il pool antimafia!".
Verrà allontanato dalla forza pubblica, portato in Questura e rinchiuso in una stanza per più di un'ora e mezza.
Giuseppe diceva di sè "nato ad Agrigento, residente a Campobello di Licata, cittadino libero".
Adesso anch'io voglio dire "cittadina libera",SICILIANA LIBERA, ma non lo sono ancora, nessuno di noi lo è...e non lo saremo finchè continueremo a far spallucce a situazioni scandalose che da troppo tempo ormai ristagnano nelle segrete delle nostre amministrazioni comunali.
Sono stanca di sentirmi risuonare nelle orecchie l'eco delle lamentele sterili della mia generazione...che non muove un dito affinchè questo disastro non arrivi al punto di non ritorno.
... perchè io credo ancora che sovvertire il sistema si può! C'è solo bisogno di agire, tutti insieme...
Patisco la cardiopatia dell’Immenso.
Ho desiderato l’Indefinito
ancor prima di conoscerlo,
così quando mi si è svelato
ho creduto fosse il Concreto.
Continuo a credere nelle stelle
ed esse non sono che l’opaco alibi
che mi ha estromessa
dalla mia fetta di eredità terrena.
Tutto mi consola,
persino l’amarezza di sapere
che tutto ciò non è reale
e assegno ad ogni pensiero
solo un orgoglioso biasimo arido
(l’unico gesto nobile di cui andar fiera
nella cronaca della mia giornata,
prima che il sonno mi rapisca).
I miei passi sono sconnesse frenesie
verso molteplici orizzonti che,
per quanto vicini siano,
difficilmente raggiungerò.
E poi osservo ogni uomo che non è me
e per questo provo gelosia.
Per la sua alterità
e per le sue menzogne.
Per tutto ciò che ha fatto di sé.
Per me provo solo l’astio
di quanto potevo fare
e non ho fatto.